Feeds:
Articoli
Commenti

Un bacio pieno d’aria

Era il primo anno di liceo classico
quando una ragazza mi rivelò il mistero del parlare e dello scrivere:
io le dissi ti amo,
lei si avvicinò e si mise un po’ di sbieco
affinché potessi ammirare la lunghezza delle sue ciglia
e mi rispose:
“Scrivilo, non dirmelo perché lo dimenticherai, scrivilo con un bacio.”
Ho parlato con migliaia di persone ed erano tutte chiacchiere importanti,
l’unico ricordo che conservo di esse è un’eco lontana.
Scrivo da quel pomeriggio in cui Enzo scrisse a Tiziana con un bacio
lento e pieno d’aria
che era innamorato di lei.
Così Tizzy c’è ancora, con la gonna a quadri e lo spillone dorato e la camicia chiara sopra il seno ansimante.
C’è perché ne ho scritto.
Allora come adesso, scrivo per pesare di più sulla bilancia
della vita
o per continuare a crederlo.
Ognuno di voi ha la sua ricetta e relativa posologia dentro la tastiera…
miliardi di battiti e di baci, un firmamento di astri luminosi
che contengono le nostre vite, che continueranno a riflettere sulla terra
anche quando i proprietari saranno volati via.

Annunci

A colpi d’ascia

“La maggioranza delle persone non ci interessa per niente, continuavo a pensare, quasi tutti quelli che ci capita di incontrare non ci interessano affatto, non hanno da offrirci altro che la loro inermità di massa e la loro stupidità di massa, e per questa ragione quasi tutti ci annoiano, sempre e dovunque, e naturalmente non hanno niente a che fare con noi. Sono stati loro stessi a rendersi insulsi e privi di interesse ai nostri occhi, pensavo, migliaia, decine di migliaia, milioni di persone, se guardiamo a ritroso il corso della storia”

— A colpi d’ascia. Una irritazione
Thomas Bernhard

Milano

Milano della fine degli anni 50 e all’inizio del 60
era una città diversa,
era una dimensione perduta per sempre.
Io la ricordo con una sensazione di “grande abbraccio”,
una ritrosia che si lasciava vincere solo da una schiettezza sincera.
Ero un bambino ma i milanesi li ricordo bene:
sorrisi formali ed attenti, l’aria di chi aveva sempre qualcosa da fare o la stava facendo
e il freddo pungente delle mattine d’inverno.
Nel 1958, poco prima che iniziasse la primavera, entrai nella prima classe elementare lombarda
e conoscevo l’italiano!